Teatro di cella
Di Carloalberto Spadaro V A Costruzioni, ambiente e territorio

Siamo entrati in fila, con gli occhi bassi,
noi “fuori”, voi “dentro”,
tutti con lo stesso imbarazzo addosso.
Una stanza piccola, quattro sedie storte,
un palco che è un gradino di cemento
e una tenda che finge di essere sipario.
Voi siete saliti sopra con le mani che tremano,
non per paura, ma perché da troppo non si sale.
E avete fatto ridere.
Dio se avete fatto ridere.
Con canzoni stonate che sembravano vere.
Per un’ora quel posto non era più carcere.
Era teatro.
E voi non eravate detenuti.
Eravate attori, con la coscienza pesante
ma le luci addosso,
e per un attimo vi siete ripresi la normalità
come si riprende un respiro trattenuto troppo a lungo.
Ridevamo anche noi,
e per un attimo eravamo tutti uguali.
Senza sbarre tra uno sguardo e l’altro.
Poi è calato il sipario di stoffa consunta.
Applausi, pacche sulla spalla,
“bravi, davvero bravi”.
E voi avete abbassato gli occhi,
rimesso a posto la maschera.
Perché fuori da quella stanza
vi aspetta la cella.
La stessa porta di ferro,
lo stesso odore di chiuso,
lo stesso “non so per quanto tempo”.
E a noi resta l’amaro in bocca,
il gusto di una risata rubata al tempo.
Perché il teatro finisce,
ma per voi il copione no.
Noi torniamo fuori.
Voi tornate dentro.
E la stanza piccola resta lì,
con l’eco di una risata
che sa di libertà.
Nota di redazione
L’esperienza del “dentro” oltre le sbarre
Questi versi nascono dallo sguardo di Carloalberto, studente del plesso centrale del Minutoli, dopo aver assistito il 22 maggio a “Da Canzonissima a Sanremo“ presso la Casa Circondariale di Messina. La partecipazione dei nostri studenti all’evento, curato dall’associazione “D’aRteventi” insieme ai detenuti della media sicurezza, rientra nell’attività progettuale “La scuola va in carcere“, che il nostro Istituto realizza per promuovere un’altra importante giornata dedicata alla legalità.
Il teatro come ponte tra il “dentro” e il “fuori”
Il teatro si è trasformato in un ponte capace di abbattere, per un’ora, il confine tra il dentro e il “fuori”, offrendo uno spazio di autentica umanità. Il testo di Carloalberto colpisce per la sua onestà narrativa: il contrasto tra la magia dello spettacolo e la realtà detentiva è potente, racchiuso nell’immagine del respiro che torna a fluire dopo essere stato trattenuto troppo a lungo.
La chiusura circolare ci lascia una riflessione amara e necessaria: il sipario può chiudersi, ma il “copione” della condizione carceraria resta immutato. È un lavoro maturo che guarda oltre le sbarre, celebrando la funzione salvifica dell’arte.


