Sono Alasana, vengo dal Gambia

Il mondo come Paese globale
Un viaggio durato un anno e un mese

Mi chiamo Alasana e arrivo dal Gambia, il più piccolo stato dell’Africa occidentale, una striscia di terra che dall’Oceano Atlantico si allunga verso l’interno e che attraversa il Senegal.

Ho lasciato il mio Paese alla fine del 2015 insieme ad un mio amico, che mi ha aiutato per tutto il viaggio, perché allora avevo solo 12 anni.

Per raggiungere il Senegal, dove siamo rimasti per qualche settimana, abbiamo impiegato due giorni. A Mali invece siamo stati per circa due mesi e lì ho iniziato a parlare varie lingue, tra cui il bambara, la lingua del Paese.

A Burkina Faso abbiamo affrontato tante difficoltà: dormivamo in strada, non avevamo cibo, ma la cosa peggiore erano le botte che ci davano i soldati di frontiera. Ci picchiavano come animali.

Abbiamo impiegato quattro mesi per attraversare questo Paese, perché camminavamo a piedi, raramente siamo riusciti ad ottenere un passaggio.

Finalmente in Niger, dove siamo rimasti poco più di due mesi, pensavamo che sarebbe stato tutto più facile. Invece ci sbagliavamo: lì abbiamo avuto il grosso problema dell’acqua. Dovevamo fare ore e ore  di cammino per raggiungere qualche pozzo.

La prigione

La Libia è il Paese peggiore in assoluto. Lì ci sono gli Asma Boys, bande armate che sequestrano i migranti per ottenere riscatti. Hanno rapito anche me e il mio amico e ci hanno chiuso in una piccola stanza. Sembrava la cella di una prigione, senza finestre né luce artificiale, in cui siamo stati per tanto tempo, forse un mese, o di più. Piangevo tanto, pensavo che fosse tutto finito e che non avrei rivisto più la mia famiglia. Nelle prigioni libiche muoiono molte persone.

Noi, invece, abbiamo trovato il modo per scappare: ci siamo nascosti tra la spazzatura e siamo rimasti lì fino a mattina presto, poi siamo tornati liberi.

Eppure, nel Paese in cui ho trovato la vera cattiveria, ho anche avuto la possibilità di ricredermi sugli esseri umani. Sono stato fermato da un uomo al mercato “Asma ta’al – ragazzino vieni”. Istintivamente ho pensato di scappare, ma poi l’uomo ha iniziato a parlarmi  in Inglese “Please come, I’m not gonna hurt you”.

Ho guardato il mio amico che mi ha consigliato di non andare. Io invece ho deciso di fidarmi. Il mio amico, come sempre, non ha voluto lasciarmi solo e siamo andati.

L’arrivo in Italia

L’uomo ci ha portato a casa sua, dalla sua famiglia, ci ha offerto da mangiare, dandoci ospitalità per circa due mesi. Abbiamo potuto riprenderci sia fisicamente che psicologicamente prima di affrontare l’ultimo tratto del nostro viaggio, il mare. Quando si affronta una realtà così non si può tornare più indietro, l’unica possibilità è andare avanti. E noi abbiamo preso il gommone diretto in Italia.

Quando sono arrivato al porto di Messina tutto era strano: il freddo, le persone, la lingua, il cibo.

Ormai ero davvero solo: il mio amico non ce l’aveva fatta.

Era il 27 gennaio 2017 e sono stato portato nella struttura per minori non accompagnati di Sant’Antonio e lì sono rimasto per circa due anni. Poi mi hanno trasferito a Faro Superiore presso Casa Noemi, dove tuttora risiedo.

L’accoglienza

A Messina mi sono trovato subito molto bene, ma non con tutti. Per fortuna, però, alcune persone mi hanno fatto sentire a casa, come fossi il loro piccolo. Mi hanno dato tanto, oltre all’affetto: innanzitutto una stanza, che ho condiviso con un altro, e poi mi hanno procurato vestiti e scarpe. Una persona mi ha regalato un quaderno molto bello, perché ha capito che mi piace tanto scrivere.

Ho ricevuto un altro regalo bellissimo: l’iscrizione a scuola, perché amo studiare e il  mio sogno è diventare medico. Sento il bisogno di aiutare gli altri, quelli che soffrono.

Il primo anno di scuola è stato molto impegnativo e difficile allo stesso tempo, perché non conoscevo l’italiano, sebbene parli tante lingue. Però ho trovato dei compagni molto bravi e disponibili che mi hanno aiutato parecchio. Pian piano ho cominciato a capire qualcosa e a fare conversazione base. Ora sono migliorato molto.

La scuola

Ancora adesso mi capita di incontrare gente che mi guarda come se facessi qualcosa di male. Un giorno sull’autobus ho vissuto un fatto davvero sgradevole: un signore mi ha spinto senza poi chiedermi scusa. Quando gli ho fatto notare la cosa mi ha risposto: “Questo Paese non è tuo. Torna da dove sei venuto”. Io penso che ciò non nasca dal razzismo, ma dall’ignoranza, ed è tipico della gente che conosce poco la vita. Inoltre credo che si possa riscontrare questa cattiveria in qualsiasi altra parte del mondo, ma io guardo sempre il lato positivo e vado avanti come se non esistesse il problema.

Oggi frequento la scuola superiore e con i professori e i compagni di classe mi trovo molto bene. Sono molto simpatici e mi hanno fatto sentire subito a mio agio.

Ogni tanto mi capita di sentirmi molto triste, ma anche arrabbiato, per le cattiverie che ho vissuto e che un essere umano non dovrebbe mai provare.

Però il viaggio e le prime difficoltà riscontrate qui mi hanno sicuramente fatto maturare. Ho imparato ad affrontare e a risolvere i problemi da solo e ho capito che niente è impossibile. Per qualsiasi problema, grande o piccolo, se si ha coraggio, si trova sempre una soluzione.

Alasana Jateh

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