Resta Viva: Messina non dimentica Sara

Il cuore di Messina
Lo scorso 31 marzo la vita dell’ennesima donna è stata tragicamente spezzata. L’atroce omicidio di Sara Campanella è diventato però il portavoce di un messaggio universale: la lotta contro la violenza di genere e il femminicidio.
Sara ha conquistato il cuore di Messina con la sua drammatica storia che ha colpito tutti e non può essere dimenticata.
In occasione del primo anniversario della sua morte, sul palcoscenico del teatro “Palacultura”, lo spettacolo “Resta Viva” è un’occasione per educare le nuove generazioni al rispetto e all’uguaglianza.
Resta viva: un’esperienza immersiva
Questo spettacolo, a cura di Ilaria Giammusso, si propone di portare in scena tematiche delicate e urgenti, attraverso una molteplicità di linguaggi artistici, emozionanti e coinvolgenti. Infatti, lo spettacolo non è una narrazione, ma un’esperienza immersiva, con la presenza di attori e ballerini che lo rendono capace di scuotere le coscienze. Ci spinge a riflettere sulle dinamiche della violenza che ha spento l’esistenza di circa 3850 donne nel corso degli ultimi trent’anni.
È fondamentale analizzare come le donne siano ancora viste dalla società, spesso intrappolate in stereotipi di genere colloquiali che ne limitano la libertà e l’autodeterminazione.
Sebbene si siano fatti progressi, le donne oggi non sono ancora veramente libere e sicure. Devono affrontare ostacoli nel mondo del lavoro, nel privato e nello spazio pubblico. La paura di subire molestie o violenza è una costante che condiziona la vita di molte donne.
Costruire una società sicura è un compito collettivo che spetta a istituzioni, scuole e famiglie. Solo così ogni donna potrà sentirsi finalmente libera di essere se stessa.
Vittime della “sindrome della bambina”
Le donne appaiono ancora oggi come figlie della “sindrome della bambina”: cresciute per essere educate, accomodanti, istruite a non disturbare. Viene loro insegnato che il corpo femminile è una valuta, un’immagine da vendere o un trofeo da proteggere, raramente le donne sono padrone di sé stesse. Se una donna è ambiziosa, viene etichettata come “arrogante”; se è sicura di sé, come “fuori controllo” e, se violentata “se l’è cercata”. Si resta incastrate in un Medioevo culturale travestito da modernità, dove il lavoro sembra un permesso concesso a patto di non trascurare la “cura”, e la famiglia diventa spesso la gabbia in cui il possesso viene scambiato per amore.
Guardando in faccia la realtà, la libertà femminile appare oggi ancora sotto condizione. È una libertà che si ferma davanti a un vicolo buio la sera, che si incrina davanti a uno stipendio più basso o a un colloquio in cui la domanda cruciale riguarda la volontà di avere figli. Finché il successo di una donna sarà visto come un’eccezione e il suo fallimento come una colpa biologica, nessuna potrà dirsi realmente libera. Finché un uomo si sentirà in diritto di spegnere una vita come quella di Sara perché non ne accetta l’autonomia, l’intera società resterà in pericolo.
I A Liceo scientifico, Sezione “S. Quasimodo”


