Natale e le vite che non vogliamo vedere

Guardare il mondo con onestà
C’è un paradosso che ogni anno si ripresenta, puntuale come le luci nelle strade e le vetrine addobbate. Mentre celebriamo il Natale come festa della nascita, della cura, dell’accoglienza, il mondo ci ricorda che non tutti hanno diritto alla stessa speranza. La Vigilia di Natale, mentre preparavamo le nostre tavole e scartavamo i primi regali, 116 persone morivano in mare. Non numeri, ma vite. Non “migranti”, ma esseri umani.
È difficile tenere insieme queste due immagini: da una parte il calore delle nostre case, dall’altra il freddo di un mare che inghiotte sogni e corpi. Eppure è proprio in questa distanza che si misura la nostra capacità di guardare il mondo con onestà.
Cosa significa essere umani?
Viviamo in società che hanno trasformato il Natale in un rito del consumo. Regali, offerte, pacchi scintillanti: tutto ci invita a pensare che la generosità coincida con l’acquisto, che la solidarietà sia un gesto da compiere verso chi ci è vicino, mai verso chi è lontano, sconosciuto, scomodo. Ma la verità è che la solidarietà non si compra. È una scelta. È la capacità di riconoscere l’altro come parte della nostra stessa storia.
La morte di 116 persone alla vigilia di Natale non è una notizia da archiviare. È uno specchio. Ci obbliga a chiederci che cosa significhi davvero celebrare una festa che parla di accoglienza mentre, allo stesso tempo, accettiamo che migliaia di persone continuino a morire ai confini dell’Europa. Ci obbliga a domandarci se il nostro modo di vivere il Natale sia coerente con i valori che diciamo di difendere.
Perché la memoria di queste 116 vite non può essere un dettaglio. Deve diventare una domanda. Una domanda scomoda, certo, ma necessaria: che cosa significa essere umani, oggi, in un mondo che permette tutto questo?
Per quanto ancora sceglieremo di non vedere?
E forse, per capire davvero la portata di ciò che accade, basta tornare all’immagine più semplice e più radicale del Natale: un bambino che nasce in una stalla, ai margini del mondo, senza protezioni, accolto solo da chi sa riconoscere la fragilità come un valore e non come un difetto. Quel bambino, per i credenti, è venuto a portare speranza. Una speranza che non appartiene ai potenti, ma agli ultimi; non ai privilegiati, ma a chi non ha nulla.
Eppure oggi quella stessa speranza sembra spegnersi in fondo al mare, insieme alle vite di chi fugge da guerre, fame, violenze, e cerca solo un futuro possibile. La distanza tra la stalla di Betlemme e il Mediterraneo non è geografica: è morale. È la distanza tra ciò che diciamo di celebrare e ciò che, nei fatti, permettiamo che accada.
Dal 2014 al 2023, 33.200 persone sono scomparse nel Mediterraneo.
Quello che per secoli è stato un ponte tra popoli è ormai un abisso che divora le vite e le speranze di chi tenta di salvarsi.
E davanti a questo mare che continua a restituirci morti per quanto ancora sceglieremo di non vedere?

